Caso studio: gestire i rischi di un consulente che cresce in fretta

consulente finanziario di 30 anni al lavoro, rappresentazione editoriale

Un consulente finanziario indipendente, poco più di 30 anni, da poco diventato padre. Ha un reddito netto intorno ai 6.000 euro al mese, un’azienda che cresce in fretta e una buona liquidità accantonata.

Sulla carta è una situazione solida, ma il quadro emerso dalla Diagnosi dei Rischi ha dato una lettura diversa. 

Il cliente mi ha contattato con un’idea precisa: sottoscrivere una polizza vita “importante” per garantire il futuro alla figlia appena nata. La richiesta è più che comprensibile, ma la diagnosi l’ha collocata nella giusta gerarchia. Per un professionista giovane, il rischio statisticamente più concreto è la perdita della capacità di lavorare, molto più probabile della premorienza: quando l’intero reddito familiare dipende da una sola persona, quella capacità merita la prima protezione.

Restava poi un secondo nodo, di natura successoria, a cui nessuna polizza può far fronte da sola.

Questo caso mostra come una diagnosi ribalti le priorità di chi ha buoni introiti e una SRL che cresce in fretta, e perché spesso il primo rischio da affrontare sia quasi sempre poco visibile.

Indice

  1. Il profilo di un consulente di 30 anni in forte crescita
  2. La gerarchia delle priorità nella protezione
  3. Perché il reddito viene prima del capitale
  4. La criticità successoria di chi convive senza essere sposato
  5. Dal budget all’impianto di protezione e al controllo annuale
  6. La Diagnosi dei Rischi come punto di partenza

Il profilo di rischio: consulente titolare di una SRL in crescita

Amministratore e socio unico della propria SRL, in proprio da pochi anni, convive con la compagna senza essere sposato.

È un “nativo digitale”: si è formato da autodidatta e ha costruito gran parte della propria attività attraverso la presenza online. Ha una mentalità analitica, tanto che agli incontri si presenta con fogli di calcolo che ha costruito per ragionare sui numeri. È un imprenditore orientato alla crescita, al punto che fatica perfino a immaginare il momento in cui smetterà di lavorare.

I numeri confermano questa fase. Come amministratore, si eroga circa 6.000 euro netti al mese, e ha una capacità di risparmio di svariate decine di migliaia di euro l’anno. L’azienda fattura oltre 500.000 euro, e punta al raddoppio nel giro di un anno. A questo si aggiungono una liquidità personale consistente (derivante anche dal patrimonio di famiglia) e la casa di proprietà.

Economicamente è una situazione invidiabile; meno per quanto riguarda i rischi. 

Mettere in ordine le priorità di protezione assicurativa

Arrivato alla diagnosi, il consulente aveva già in mente cosa voleva: una polizza vita che garantisse un capitale “degno” (sono le sue parole) per il futuro della figlia appena nata.

La sua Diagnosi ha lo stesso impianto logico che uso per ogni imprenditore, perché i rischi hanno statisticamente la stessa rilevanza nella vita di ogni professionista. Non si parte quindi da “preferenze” del momento.

Per un trentenne in salute, con tutto il reddito che dipende dalla sua capacità di lavorare, la diagnosi ha individuato tre livelli di priorità: 

  1. al primo posto c’è la non autosufficienza: non poter più badare a sé stessi comporta costi continuativi che graverebbero sulla famiglia,  in termini economici, e umani. Oltre che fermare il reddito;
  2. al secondo posto ci sono le invalidità gravi, da infortunio o da malattia, che possono compromettere la capacità di lavorare anche senza arrivare alla non autosufficienza;
  3. al terzo, la premorienza: il rischio su cui il cliente si era concentrato per primo, che la diagnosi ha ricollocato all’ultimo gradino.

Quindi l’elemento da proteggere per primo è collegato a doppio filo alla perdita dell’autosufficienza, parziale o totale: la capacità di produrre reddito.

Proteggere il reddito è più urgente di garantire un capitale futuro

L’idea di una polizza vita non è certo sbagliata, ma prima di costruire il capitale per il futuro va protetta la fonte del reddito.

Attualmente tutto il reddito della famiglia dipende da una sola persona e dalla sua capacità professionale: un’invalidità o la perdita dell’autosufficienza – statisticamente molto più probabili della premorienza, vista la giovane età del cliente – interromperebbero il flusso delle entrate.

Questo ragionamento cambia anche l’approccio agli strumenti assicurativi.

Un capitale corrisposto una tantum, per quanto importante, copre UNA spesa. Una rendita continuativa sostiene il vivere quotidiano nel tempo. Nel pieno della propria fase produttiva e con una lunga aspettativa di vita, questo è il bisogno più concreto. Per approfondire leggi Polizza vita e protezione del patrimonio: quando la garanzia è reale e quando no.

La criticità della successione: imprenditore padre di famiglia, ma non sposato

Il nodo più critico emerso dalla diagnosi è di natura giuridica e successoria, prima che assicurativa.
Il consulente convive con la compagna senza essere sposato e ha una figlia appena nata. In caso di sua mancanza, la compagna non rientra tra gli eredi legittimi: per i prossimi 18 anni il patrimonio si trasferirebbe alla figlia, una minore, con tutte le difficoltà che comporta la gestione di un’eredità. Personali e aziendali. Un altro caso molto simile: Come evitare blocco azienda e mancato risarcimento danni al sito produttivo.

Il nodo riguarda lo stato civile, non il conto in banca, e proprio per questo passa spesso inosservato in chi ha le “spalle larghe” e una buona liquidità. Nessuna polizza, da sola, può sistemare questa situazione: serve una pianificazione successoria costruita con le figure competenti, dal notaio al consulente legale.

Una polizza caso morte, comunque, ha un ruolo: permette di destinare un capitale a un beneficiario designato in modo diretto, fuori dall’asse ereditario. Ecco quindi come offrire alla compagna una protezione immediata mentre la pianificazione successoria segue il suo corso.

Approfondimento: Successione aziendale: come gestire il passaggio generazionale con gli strumenti giusti.

Budget, impianto di protezione assicurativa e controllo annuale

Nel metodo che seguo per una Diagnosi dei Rischi il ragionamento parte da un budget: l’imprenditore stabilisce quanto destinare alla gestione complessiva dei propri rischi, prima ancora di cercare un singolo preventivo.

Il consulente ha stanziato una cifra di 300 euro al mese. Con questa disponibilità il capitale per la figlia che immaginava in caso di premorienza (polizza TCM) resta sotto quello che immaginava, ma l’impianto nel suo insieme è comunque solido, con massimali calibrati su valori sostenibili e soprattutto, una gerarchia chiara dei rischi da trasferire a terzi.

Agire da giovani e in perfetta salute offre un vantaggio concreto: le coperture legate al rischio di malattia costano meno perché il premio si calcola sull’età e sulle condizioni attuali, e sottoscriverle adesso fissa condizioni più favorevoli per il futuro. 

Queste non sono condizioni immutabili: ogni anno un controllo dedicato verifica che le coperture siano ancora allineate alla situazione.

Una rendita per la non autosufficienza fissata oggi, ad esempio, può vedere il proprio valore eroso dall’inflazione nel giro di dieci anni, e in quel caso va integrata. Mappare e costruire il quadro generale, rimettere le priorità nell’ordine giusto, e arrivare alle scelte con consapevolezza sono i compiti della Diagnosi dei Rischi. 

È da qui che parte ogni impianto di protezione costruito su misura.