Caso studio: un imprenditore e consulente del rischio mai assicurato

Imprenditore maturo in ufficio per consulenza sulla Diagnosi dei Rischi patrimoniali

Un imprenditore romagnolo della consulenza, 59 anni, struttura da oltre 2,5 milioni di fatturato e 25 persone non aveva alcuna polizza personale, per scelta deliberata.

Quando ha scelto di procedere con la Diagnosi dei Rischi ha scoperto che, in caso di non autosufficienza, gli sarebbe servito un capitale di 675.000 euro, che non aveva. Elemento macroscopico, certo, ma non il solo. 

Questa è la storia recente di come abbiamo lavorato per ridurre i suoi rischi.

Indice

  1. Un consulente del rischio che non si era mai fatto diagnosticare il proprio
  2. Da dove è partita la Diagnosi dei Rischi
  3. Soglia del danno trascurabile a 80.000 euro, gap assistenza da 675.000 euro
  4. L’ultimo treno per proteggere la non autosufficienza con una polizza Long Term Care
  5. Dal budget al mandato

Un consulente del rischio che non si era mai fatto diagnosticare il proprio

L’azienda di questo imprenditore lavora ogni giorno su: 

  • sicurezza;
  • medicina del lavoro;
  • gestione dei rischi d’impresa. 

Conosce il tema dall’interno: sa come si valuta un’esposizione, come si struttura una copertura, come si ragiona per scenari. Eppure sul proprio rischio personale non aveva mai fatto nulla. Dietro alla scelta di procrastinare l’argomento c’è in effetti un principio di coerenza che lui stesso ha spiegato: 

«È inutile che io mi metta a fare un mestiere che non è il mio – ha detto durante la prima videocall – lo devo fare con chi lo fa di mestiere.» 

Chi conosce bene un campo in modo generale sa che la competenza non si trasferisce automaticamente a un ambito specifico, anche quando i principi sono simili.

Un imprenditore abituato a ragionare sui rischi della sua azienda non è automaticamente attrezzato per leggere i propri rischi personali con la stessa lucidità. Le variabili sono diverse, gli strumenti sono diversi, e soprattutto manca la distanza che solo un terzo può dare.

Il rimando, in questo caso, è durato anni perché toccava un terreno su cui lui stesso non si sentiva legittimato a decidere da solo. E, a 59 anni, stanno per passare “treni” che hanno una scadenza anagrafica molto precisa.

Da dove è partita la Diagnosi dei Rischi

Nel primo incontro non si parla MAI di polizze: famiglia, lavoro, patrimonio, obiettivi, paure. Solo dopo, e solo se il cliente lo desidera, si arriva a parlare di trasferimento del rischio a terzi (le compagnie assicurative). 

È un ribaltamento rispetto al modo in cui di solito si presenta un’assicurazione: si parte da chi deve proteggersi, non da cosa c’è da vendere.  Per saperne di più leggi Perché un assicuratore deve occuparsi solo di rischio (e non di altro).

Nel nostro caso abbiamo parlato del lavoro da ingegnere, della scelta di fondare un’azienda di consulenza integrata, dei figli, della recente separazione e delle priorità di vita. 

Poi siamo arrivati alle domande: cosa ti renderebbe sereno? Cosa non vorresti che ti accadesse mai? Quanto saresti disposto a perdere prima che un imprevisto diventi un problema reale?

Sulla domanda a proposito della perdita patrimoniale considerata grave ha risposto “400.000 euro”.

Soglia del danno trascurabile a 80.000 euro, gap assistenza da 675.000 euro

Il numero su cui l’imprenditore si era fermato era 400.000 euro: la perdita patrimoniale che lui stesso definiva devastante. Se vuoi approfondire, leggi Gestione del rischio aziendale: quanto può sostenere la tua impresa?

Il metodo prende quella cifra e la divide per cinque, e costruisce le fasce di gravità che servono a calibrare cosa assicurare e con quali franchigie

Il danno trascurabile era quindi di 80.000 euro: la cifra che teoricamente l’imprenditore avrebbe potuto permettersi di sborsare senza particolari patemi. 

La parte più importante della diagnosi, però, riguardava un’area su cui l’imprenditore non aveva mai riflettuto a fondo: la non autosufficienza. Se non fosse più stato in grado di lavorare

  • mantenere il proprio tenore di vita gli sarebbe costato tra 3.000 e 4.000 euro al mese;
  • le pensioni pubbliche a cui avrebbe avuto diritto coprivano una parte minima di quella cifra: circa 1.600 euro al mese in caso di invalidità, circa 1.300 euro nel caso di inabilità (più grave);
  • Inoltre, per la non autosufficienza, il gap mensile risultava di circa 2.500 euro rispetto agli almeno 4.000 euro necessari a cure, visite mediche e assistenza, senza pesare sulla famiglia. Calcolata come capitale necessario con una rendita fino ai 70 anni, valeva circa 675.000 euro.

A questo si aggiungeva un secondo gap, legato alle gravi invalidità da infortunio o malattia, che abbiamo quantificato in circa 250.000 euro. Meno della non autosufficienza, ma sempre alto.

Un imprenditore patrimonializzato, e con una “liquidità cuscinetto” sufficiente a non pensare alle polizze personali, si è trovato davanti a “buchi” di protezione che non sapeva di avere.

C’è da dire che nessun professionista assicurativo lo aveva ancora messo di fronte alla sua situazione.

L’ultimo treno per proteggere la non autosufficienza con una Long Term Care

L’età dell’imprenditore – 59 anni – era a meno di un anno dalla chiusura delle possibilità di fare una polizza: 60 anni. Per le coperture di lungo termine (LTC), l’accesso si chiude proprio a quella soglia anagrafica.
Ogni tanto si arriva giusto in tempo.

Questo è il motivo per cui – nella gerarchia delle priorità per costruire l’architettura assicurativa – la non autosufficienza è stata messa al primo posto, davanti alle gravi invalidità e alla premorienza. Il rischio non era il più “probabile”, ma quello con una finestra temporale per proteggerlo che si stava chiudendo. 

Dal budget al mandato

Il passaggio successivo riguardava le risorse disponibili per gestire i “gap”. 

Siamo partiti dal budget, non da un preventivo qualsiasi: la cifra che l’imprenditore era disposto a stanziare ogni anno per il trasferimento del rischio, ricavato direttamente dalle sue soglie di tolleranza.
La prima cifra emersa era di circa 2.100 euro l’anno. È stato lui stesso, in corso di conversazione, ad alzarla fino a un massimo di 300 euro al mese.

Con quel budget e con la gerarchia di priorità definita dalla diagnosi, l’architettura di copertura ha preso forma: 

  1. precedenza alla non autosufficienza, vista l’urgenza anagrafica legata all’LTC; 
  2. spazio alle gravi invalidità; 
  3. la premorienza valutata per ultima, e ridimensionabile per primo in caso di budget insufficiente, dato il profilo già patrimonializzato dell’imprenditore;
  4. la polizza sulla casa, invece, per ora è stata esclusa: un immobile aveva intestazioni familiari più complesse, una questione che l’imprenditore ha preferito non affrontare in questa fase.

Dopo la consegna della Diagnosi, come sempre, l’imprenditore poteva non fare nulla, gestire i rischi da solo, oppure dare mandato per costruire la protezione insieme. 

Ha scelto la terza perché aveva visto, di fronte ai propri numeri, dove si trovavano i suoi gap reali.

È il prima e il dopo di una diagnosi fatta bene: prima, la percezione di essere già abbastanza coperti perché patrimonializzati; dopo, una mappa chiara di cosa proteggere, in che ordine e con quale budget.

Se anche tu gestisci il rischio degli altri ogni giorno, in azienda o nella tua professione, ma non hai mai guardato con la stessa lucidità il tuo rischio personale, il primo passo è sapere, con numeri alla mano, da dove parti. La Diagnosi dei Rischi serve esattamente a questo.